http://www.elisabettamarinello.it/foo.html 2018-06-04 http://www.elisabettamarinello.it/foo.html 2018-06-04

Prima ancora di scrivere la storia, l’essere umano ha cercato di leggere il tempo. Lo ha fatto guardando il cielo, osservando il ritorno della luce dopo il buio, le fasi della Luna, il percorso del Sole, l’alternarsi delle stagioni. Molto prima che esistessero gennaio e febbraio, i lunedì e le domeniche, gli anni bisestili e le date stampate su un’agenda, il tempo era qualcosa che si riconosceva nella natura. 

Il giorno nasceva dall’alternarsi della luce e dell’oscurità. Il mese poteva essere intuito seguendo il lento mutare della Luna. L’anno emergeva dal ritorno delle stagioni, dalle migrazioni degli animali, dalle piene dei fiumi, dal momento della semina e da quello del raccolto. In questo senso, il calendario non fu inizialmente uno strumento per contare il tempo, ma per orientarsi dentro di esso. 

Non sappiamo quando l’essere umano abbia cominciato per la prima volta a registrare sistematicamente il trascorrere dei giorni. Alcuni reperti preistorici, costituiti da ossa o pietre incise con sequenze regolari di segni, sono stati interpretati come possibili sistemi di conteggio delle fasi lunari, anche se il loro significato rimane discusso. È però certo che, con la nascita delle prime società agricole, conoscere il momento dell’anno diventò una necessità concreta. Seminare troppo presto o troppo tardi poteva significare perdere un raccolto; prevedere la piena di un fiume poteva determinare la sopravvivenza di una comunità. 


calendario gregoriano


Il calendario nacque dunque dall’incontro fra astronomia, agricoltura, religione e organizzazione sociale

Le grandi civiltà della Mesopotamia elaborarono calendari basati soprattutto sui cicli lunari. Un mese iniziava con l’apparizione della nuova falce di Luna e durava generalmente ventinove o trenta giorni. Dodici mesi lunari, tuttavia, formano un anno di circa 354 giorni: una decina di giorni in meno rispetto all’anno solare. Senza correzioni, le stagioni finiscono quindi per spostarsi progressivamente rispetto ai mesi. 

Per risolvere il problema, molte civiltà antiche introdussero periodicamente un mese supplementare. Era nato il principio del calendario lunisolare: i mesi seguono la Luna, ma l’anno viene periodicamente corretto per restare legato alle stagioni. 

Gli Egizi scelsero invece una strada diversa. La loro vita dipendeva dalla piena del Nilo e l’osservazione del cielo permetteva di metterla in relazione con particolari fenomeni astronomici, tra cui la comparsa annuale della stella Sirio poco prima dell’alba. Elaborarono così un calendario civile di 365 giorni: dodici mesi di trenta giorni, ai quali venivano aggiunti cinque giorni supplementari. Era un sistema straordinariamente semplice, anche se mancava ancora quel quarto di giorno circa che separa i 365 giorni dell’anno civile dalla durata effettiva dell’anno tropico. Quel piccolo scarto, apparentemente insignificante, accumulandosi nei secoli faceva lentamente slittare il calendario rispetto alle stagioni. 


calendario egiziano


Anche alcune divisioni del tempo che oggi ci sembrano assolutamente naturali hanno origini molto antiche. 

Il sistema numerico mesopotamico, basato in parte sul numero sessanta, ha lasciato un’eredità sorprendentemente resistente: ancora oggi dividiamo l’ora in sessanta minuti e il minuto in sessanta secondi. 

I Greci utilizzarono calendari diversi da città a città, prevalentemente lunisolari. Non esisteva infatti un unico calendario greco. Atene, Sparta, Corinto e le altre poleis potevano dare nomi differenti ai mesi e perfino far iniziare l’anno in momenti diversi. 


calendario greco


Roma ereditò e trasformò questa complessa tradizione. Secondo la tradizione, il più antico calendario romano attribuito a Romolo avrebbe avuto soltanto dieci mesi e sarebbe iniziato in marzo. Tracce di questo antico ordinamento sembrano sopravvivere ancora oggi nei nomi settembre, ottobre, novembre e dicembre, derivati rispettivamente da sette, otto, nove e dieci, sebbene siano ormai il nono, il decimo, l’undicesimo e il dodicesimo mese dell’anno. Successivamente furono aggiunti gennaio e febbraio e il calendario romano subì numerose modifiche. La sua gestione, tuttavia, divenne progressivamente complicata e poteva essere influenzata anche da decisioni politiche e religiose. Si ricorreva infatti all’aggiunta periodica di giorni o mesi intercalari per mantenere il calendario in accordo con l’anno solare, ma queste correzioni non sempre venivano effettuate con regolarità. Con il tempo, la distanza fra calendario e stagioni divenne sempre più problematica. 

Nel 46 a.C. Giulio Cesare promosse quindi una grande riforma, avvalendosi delle conoscenze astronomiche dell’epoca. Dal 45 a.C. entrò in vigore quello che sarebbe stato chiamato calendario giuliano: un anno di 365 giorni, con l’aggiunta di un giorno ogni quattro anni. Era nato, nella sostanza, il principio dell’anno bisestile che ancora oggi conosciamo. La soluzione era molto efficace, ma non perfetta. L’anno giuliano medio durava infatti 365 giorni e sei ore, mentre l’anno tropico, cioè il tempo impiegato dalla Terra per tornare alla stessa posizione rispetto al ciclo delle stagioni, è leggermente più breve. La differenza è di appena una manciata di minuti ogni anno. Ma anche pochi minuti, moltiplicati per molti secoli, finiscono per diventare giorni. 


calendario romano


Nel XVI secolo l’equinozio di primavera si era ormai sensibilmente spostato rispetto alla data prevista dal calendario. Il problema assumeva un’importanza particolare per il cristianesimo, perché la data della Pasqua era collegata proprio all’equinozio primaverile. Nel 1582 papa Gregorio XIII promulgò quindi una nuova riforma. Per recuperare lo scarto accumulato nei secoli, nei paesi che adottarono immediatamente il nuovo sistema al giovedì 4 ottobre 1582 seguì il venerdì 15 ottobre. Dieci giorni scomparvero dal calendario, non naturalmente dal tempo realmente vissuto. Fu modificata anche la regola degli anni bisestili. Continuarono a esserlo gli anni divisibili per quattro, ma gli anni secolari, quelli che terminano con due zeri, sarebbero stati bisestili soltanto se divisibili per quattrocento. Per questo il 2000 fu bisestile, mentre il 1900 non lo fu e il 2100 non lo sarà. 

Era nato il calendario gregoriano, quello che ancora oggi utilizziamo abitualmente. La sua diffusione, però, non fu né immediata né universale. I paesi cattolici lo adottarono per primi, mentre molti paesi protestanti e ortodossi continuarono per molto tempo a utilizzare il calendario giuliano. Alcuni accettarono la riforma soltanto secoli dopo. Per lungo tempo, quindi, due persone vissute esattamente nello stesso giorno ma in paesi differenti avrebbero potuto attribuire a quel giorno due date diverse.


calendario gregoriano

 

Oggi il calendario gregoriano è diventato il principale riferimento civile e internazionale, utilizzato nelle attività economiche, scientifiche, diplomatiche e amministrative di gran parte del pianeta. Eppure anche la struttura del calendario che ci è così familiare conserva molte tracce del proprio passato. Perfino la settimana di sette giorni è il risultato di una storia millenaria. Il numero sette fu associato fin dall’antichità ai corpi celesti visibili a occhio nudo che sembravano muoversi rispetto alle stelle fisse: Sole, Luna, Marte, Mercurio, Giove, Venere e Saturno. Tradizioni mesopotamiche, ebraiche, ellenistiche e romane contribuirono, in modi differenti, alla diffusione della settimana che ancora oggi organizza la nostra vita. 

Ne sopravvive una traccia evidente anche nei nomi dei giorni. In italiano lunedì conserva la Luna, martedì Marte, mercoledì Mercurio, giovedì Giove e venerdì Venere. Il sabato e la domenica raccontano invece un’altra stratificazione storica e religiosa: il primo nome è legato allo Shabbat ebraico, il secondo al latino dies dominica, il “giorno del Signore”. Così, pronunciando distrattamente il nome di un giorno o scrivendo una data su un’agenda, portiamo ancora con noi frammenti di astronomia antica, religioni, imperi e civiltà scomparse. 

Il calendario che oggi appare sullo schermo di un telefono è quindi l’ultimo risultato di una lunghissima storia cominciata quando l’essere umano alzò gli occhi verso il cielo e provò a comprendere il ritorno della Luna, del Sole e delle stagioni. 

Dalle prime osservazioni astronomiche alle riforme di Giulio Cesare e Gregorio XIII, il tentativo è rimasto in fondo lo stesso: trasformare il movimento incessante del cielo in una misura comprensibile; dare un nome ai giorni; dividere ciò che scorre; costruire punti di riferimento dentro qualcosa che, per sua natura, non si ferma mai. E, forse, è proprio questo il significato più profondo del calendario: non soltanto misurare il tempo, ma permettere all’essere umano di trovare un posto dentro di esso.


orologio e calendario digitale


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