http://www.elisabettamarinello.it/foo.html 2018-06-04 http://www.elisabettamarinello.it/foo.html 2018-06-04

Quando diciamo che oggi è un determinato giorno, mese e anno, difficilmente ci chiediamo da dove provengano quei numeri. Il calendario appare come una realtà oggettiva, quasi naturale: gennaio viene dopo dicembre, un anno contiene dodici mesi e la data scritta sullo schermo del telefono sembra appartenere al tempo stesso. 

Eppure non è così. 

La Terra percorre la propria orbita intorno al Sole, la Luna continua a mutare nel cielo e le stagioni si susseguono senza conoscere gennaio, febbraio o dicembre. Sono gli esseri umani ad aver trasformato quei cicli naturali in calendari. 

E non tutte le culture lo hanno fatto nello stesso modo. 

Oggi il calendario gregoriano costituisce il principale riferimento civile e internazionale, ma dietro questa apparente uniformità sopravvive una straordinaria pluralità di modi di organizzare il tempo. In diverse parti del mondo convivono infatti calendari solari, lunari e lunisolari, numerazioni degli anni differenti, capodanni che cadono in momenti diversi e sistemi nei quali lo stesso giorno può appartenere contemporaneamente ad anni completamente diversi. 


calendario arabo


Il calendario islamico, o Hijri, è un calendario puramente lunare. I suoi dodici mesi durano complessivamente circa 354 o 355 giorni e non vengono corretti per mantenerli legati alle stagioni. Per questo il Ramadan, il pellegrinaggio alla Mecca e le altre ricorrenze islamiche si spostano progressivamente attraverso le stagioni dell’anno solare. Una festività che in un determinato periodo cade durante l’estate, molti anni dopo potrà quindi essere celebrata in inverno. Il punto di partenza della numerazione degli anni è collegato all’Egira, la migrazione di Maometto dalla Mecca a Medina nel 622 d.C. Poiché l’anno islamico è più breve di quello gregoriano, le due numerazioni procedono a velocità differenti e non è possibile ottenere una corrispondenza precisa semplicemente sottraendo 622 dall’anno occidentale. 

Il calendario ebraico segue invece una logica lunisolare. I mesi sono collegati al ciclo della Luna, ma periodicamente viene aggiunto un tredicesimo mese per impedire che il calendario si allontani progressivamente dalle stagioni. È una necessità anche religiosa. Pesach, per esempio, deve restare una festa primaverile. Un calendario esclusivamente lunare la farebbe invece scivolare lentamente attraverso tutte le stagioni. La numerazione tradizionale degli anni ebraici parte da una data calcolata sulla base della cronologia biblica della Creazione, e ancora oggi questo calendario scandisce festività, ricorrenze e vita religiosa delle comunità ebraiche di tutto il mondo. 


calendario ebraico


Anche il tradizionale calendario cinese è lunisolare. Il celebre Capodanno cinese, proprio per questo motivo, non cade ogni anno nella stessa data del calendario gregoriano. I mesi sono collegati ai cicli lunari, mentre il sistema mantiene contemporaneamente un rapporto con l’anno solare e con l’alternarsi delle stagioni. A esso è legato anche il famoso ciclo dei dodici animali: Topo, Bufalo, Tigre, Coniglio, Drago, Serpente, Cavallo, Capra, Scimmia, Gallo, Cane e Maiale. Quella degli animali è tuttavia soltanto la parte più conosciuta di un sistema molto più complesso. Nella tradizione cinese i dodici segni si intrecciano infatti con altri cicli, tra cui i cinque elementi, formando una sequenza complessiva di sessant’anni. Il tempo non viene quindi soltanto numerato: viene qualificato, associato simbolicamente a caratteristiche differenti e inserito in una visione cosmologica più ampia. 


calendario cinese


In India la situazione è ancora più articolata. Nel corso della storia si sono sviluppati numerosi calendari regionali e religiosi, fondati su differenti combinazioni dei cicli lunari e solari. Per questa ragione festività come Diwali cambiano data ogni anno rispetto al calendario gregoriano. L’India moderna utilizza normalmente il calendario gregoriano nelle attività civili e internazionali, ma possiede anche un calendario nazionale fondato sull’era Saka, mentre numerosi calendari tradizionali continuano a scandire festività e pratiche religiose. 

Il calendario persiano segue invece una logica solare. Utilizzato in Iran e, con proprie caratteristiche, in Afghanistan, mantiene un rapporto particolarmente stretto con l’anno astronomico. Il suo inizio coincide con l’arrivo della primavera e con Nowruz, il “nuovo giorno”, antichissima celebrazione legata all’equinozio. Il nuovo anno, in questo caso, non viene fatto iniziare arbitrariamente nel cuore dell’inverno, ma in corrispondenza di un preciso evento astronomico: il momento in cui giorno e notte raggiungono una durata pressoché uguale e l’emisfero settentrionale entra nella primavera. 


calendario persiano


Esistono poi il calendario etiopico e quello copto, entrambi eredi, attraverso una lunga evoluzione storica, della tradizione calendariale egiziana. La loro caratteristica più immediatamente sorprendente è la presenza di tredici mesi: dodici mesi di trenta giorni e un tredicesimo mese più breve, composto da cinque o sei giorni. In Etiopia anche la numerazione degli anni differisce da quella gregoriana. Ciò significa che lo stesso giorno appartiene ufficialmente a un anno diverso a seconda del calendario attraverso il quale viene osservato. È un esempio particolarmente evidente di qualcosa che spesso dimentichiamo: il numero con cui indichiamo un anno non appartiene alla natura, ma alla cultura. 

In diversi paesi buddhisti esistono altre forme di numerazione. 

In Thailandia, per esempio, accanto alla struttura del calendario solare moderno viene utilizzata l’Era buddhista. Gli anni sono numerati a partire da un diverso riferimento cronologico e risultano quindi avanti di 543 rispetto alla numerazione gregoriana. 

Il Giappone utilizza normalmente il calendario gregoriano ma conserva contemporaneamente il sistema delle ere imperiali. Ogni nuovo imperatore inaugura una nuova era e gli anni vengono contati a partire dall’inizio del suo regno. La numerazione del tempo continua così a mantenere un legame diretto con la storia politica e dinastica del paese. 

Il Nepal utilizza ufficialmente il Bikram Sambat, mentre numerose altre comunità e culture continuano a conservare propri sistemi di computo per finalità religiose, rituali o tradizionali. 

Esistono poi calendari appartenenti a civiltà del passato che non regolano più la vita amministrativa contemporanea, ma che continuano ad affascinarci per la loro sofisticata concezione del tempo. Uno dei casi più celebri è quello dei Maya. Parlare semplicemente di “calendario Maya” è in realtà riduttivo, perché questa civiltà utilizzava diversi cicli temporali interconnessi. Il Tzolk’in, composto da 260 giorni, aveva soprattutto funzioni rituali. L’Haab’ era invece un ciclo di 365 giorni, più vicino alla durata dell’anno solare. Il cosiddetto Lungo Computo permetteva infine di collocare gli eventi entro periodi temporali molto più vasti. La celebre convinzione secondo cui i Maya avrebbero previsto la fine del mondo nel 2012 nacque da una moderna interpretazione errata della conclusione di uno di questi grandi cicli. Il completamento di un ciclo non significava necessariamente la fine del tempo. Significava, semmai, che un ciclo si concludeva e un altro poteva iniziare. 


calendario Maya


Ed è forse proprio qui che le diverse storie dei calendari cominciano a raccontare qualcosa che va oltre la semplice astronomia. Un calendario non è mai soltanto una successione di caselle. Ogni civiltà, scegliendo come misurare il tempo, racconta in qualche modo la propria visione del mondo. Ci sono culture che hanno guardato soprattutto alla Luna e altre che hanno seguito il Sole. Alcune hanno fatto iniziare l’anno nel cuore dell’inverno, altre con l’arrivo della primavera, altre ancora in momenti legati a eventi religiosi, dinastici o astronomici. 

Persino il punto dal quale si cominciano a numerare gli anni è una scelta culturale. Il nostro “2026” non è scritto nel cielo. Nello stesso momento, una persona che utilizzi un altro sistema di datazione può trovarsi ufficialmente in un anno completamente diverso. E nessuno dei due numeri modifica di un solo istante il movimento della Terra intorno al Sole. 

Esiste dunque il tempo astronomico, determinato dai movimenti della Terra, della Luna e degli altri corpi celesti; esiste il tempo misurato dagli orologi; ed esiste il tempo culturale, quello che le società costruiscono per dare ordine alla propria esperienza. 

Oggi smartphone e computer ci mostrano la data precisa con un gesto, mentre satelliti e orologi atomici misurano il tempo con una precisione che sarebbe sembrata inconcepibile agli antichi osservatori del cielo. Eppure continuiamo a celebrare equinozi, solstizi, lune, capodanni diversi, anniversari, compleanni e ricorrenze. Continuiamo cioè a fare, in forme nuove, ciò che facevano i nostri antenati: attribuire significato al ritorno di determinati momenti. 

Forse è questo il paradosso del calendario. Nasce dal desiderio di dominare qualcosa che non possiamo fermare. Possiamo dividere il tempo in anni, mesi, settimane, giorni, ore e secondi; possiamo assegnargli numeri sempre più precisi, stabilire quando comincia un anno e quando termina, decidere che un giorno appartenga a dicembre e quello successivo a gennaio. Ma il tempo continua a scorrere indipendentemente dalle linee che tracciamo. 

La natura non conosce il 31 dicembre. La Terra non interrompe per un istante la propria corsa intorno al Sole quando scocca la mezzanotte. È l’essere umano che crea una soglia e decide di chiamare ciò che viene prima “anno vecchio” e ciò che viene dopo “anno nuovo”. E forse, proprio per questo, quella soglia diventa reale nella nostra esperienza. 

Il calendario è insieme astronomia e racconto, calcolo e memoria, necessità pratica e costruzione simbolica. Ci dice quando lavorare e quando riposare, quando celebrare e quando ricordare, quando attendere una nascita, commemorare una morte o festeggiare il ritorno di una stagione. Organizza il futuro e conserva tracce del passato. 

Dalle antiche osservazioni della Luna alle applicazioni dei nostri telefoni abbiamo trasformato il cielo in numeri, i numeri in calendari e i calendari in una delle strutture invisibili della nostra vita quotidiana. Ma dietro ogni data continua a esistere la stessa antichissima domanda: che cos’è il tempo che stiamo contando? 

Forse i tanti calendari del mondo non ci offrono una risposta definitiva. Ci ricordano che esistono molti modi di misurare il tempo, mentre il tempo che cerchiamo di misurare rimane uno solo. E qualunque sia il numero scritto sul calendario, continuiamo tutti a vivere nello stesso luogo nel quale si trovavano i primi uomini che alzarono gli occhi verso il cielo, tra un passato che non possiamo più raggiungere e un futuro che non possiamo ancora conoscere, dentro quell’unico frammento di tempo che chiamiamo presente.


il tempo
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