Una lingua per tutti o il dominio di una sola?
Negli ultimi decenni l’inglese si è imposto come lingua franca globale: nella scienza, nel commercio, nella tecnologia, nella diplomazia informale. È diventato, di fatto, il passaporto linguistico per accedere al mondo contemporaneo.
Ma proprio questa apparente neutralità solleva una domanda scomoda: perché l’inglese dovrebbe essere accettato come lingua universale? E, soprattutto, chi decide cosa sia “universale”?

Una lingua non è mai neutra
Ogni lingua porta con sé una storia, una visione del mondo, rapporti di potere. L’inglese non fa eccezione. La sua diffusione globale non è il risultato di una scelta condivisa dall’umanità, ma l’esito di processi storici ben precisi:
Parlare inglese oggi non significa solo comunicare, ma spesso adattarsi a un modello culturale dominante, interiorizzarne i codici, i riferimenti, persino i valori impliciti.
In questo senso, l’inglese come lingua universale non unisce: uniforma. E l’uniformità, quando è imposta, rischia di cancellare la ricchezza delle differenze linguistiche e culturali.

L’ingiustizia dell’asimmetria
L’inglese favorisce chi lo parla come lingua madre e penalizza miliardi di persone che lo apprendono come seconda o terza lingua. Non è solo una questione di accento o grammatica: è una disuguaglianza strutturale.
Chi nasce in un contesto anglofono parte avvantaggiato in ambito accademico, professionale, geopolitico. Gli altri devono investire tempo, denaro ed energie per colmare un divario che non hanno scelto.
Una lingua universale dovrebbe ridurre le distanze, non accentuarle.
Perché non la lingua dei segni?
Perché non immaginare una lingua universale che non appartenga a una nazione, che non sia legata a un territorio, a un esercito o a un mercato? La lingua dei segni ha caratteristiche sorprendenti:
In un mondo sempre più visivo e interconnesso, una lingua basata sul gesto potrebbe essere più universale dell’inglese parlato. Non sostituirebbe le lingue madri, ma potrebbe affiancarle come strumento comune di comunicazione umana, non nazionale.

E se fosse una lingua convenzionale?
Esistono alternative che raramente vengono prese sul serio. Le lingue artificiali, come l’esperanto, nascono proprio con l’intento di essere neutrali, apprese da tutti alle stesse condizioni. Eppure vengono spesso liquidate come utopie ingenue, forse perché non sono sostenute da un potere economico o politico.
E se la lingua universale dovesse ancora nascere?
Forse l’errore sta nel cercare una lingua universale tra quelle esistenti. Ogni lingua viva è il risultato di una storia, di un popolo, di un sistema di valori: non può essere davvero neutra.
Per questo se ne potrebbe inventare una, progettata fin dall’origine per essere equa, accessibile, condivisa.
Una lingua convenzionale, senza madrelingua, senza vantaggi competitivi, costruita con criteri di semplicità, inclusività e rispetto delle diversità culturali. Una lingua che non sostituisca quelle esistenti, ma che funzioni come spazio comune, come terreno neutro di incontro.
Non una lingua del potere, ma una lingua del patto.

Difendere la pluralità, non imporre l’uno
Rifiutare l’inglese come lingua universale non significa rifiutare l’inglese in sé. Significa rifiutare l’idea che una sola lingua – e con essa una sola visione del mondo – debba prevalere su tutte le altre.
La vera universalità non nasce dall’imposizione, ma dal consenso, dall’equità, dalla capacità di includere. Nasce dal riconoscimento che la pluralità linguistica è una ricchezza e non un ostacolo, e che una lingua comune, se mai esisterà, dovrà essere uno spazio di incontro, non uno strumento di dominio.
Forse l’unica lingua davvero universale è quella che non cancella le differenze, ma le mette in relazione, permettendo a ogni voce di restare se stessa.
